In Italia c'è la tendenza a sovrapporre semanticamente
"conflitto" con "violenza" e "guerra". Nell'area
anglosassone il concetto di "conflitto" normalmente è più chiaro, più
definito. È anche per questo che in Italia non esiste una letteratura sulla
gestione dei conflitti, mentre una ricerca in Internet sul termine
"conflitto" sia in area tedesca che in area inglese permette di
trovare centinaia di testi. Noi scontiamo un deficit culturale e storico: la
nostra è una cultura che tende a rappresentarsi come aconflittuale. Oppure
estremizza: o c'è la quiete, c'è un'armonia simbiotico-fusionale senza
contrasti né divergenze, oppure c'è la guerra.
Se si parla di conflitto si parla di un'area di esperienza
legata al contrasto, legata alla divergenza, legata alla divisione,
all'opposizione, quindi un'area che crea contrarietà. Ma la violenza è un'altra
cosa. La violenza sta nell'area del danneggiamento, della distruzione, della
eliminazione, del fare un danno irreversibile. Se riusciamo a creare questa
distinzione riusciamo anche a lavorare sul rapporto fra gestione del conflitto
e maieutica. Occorre insistere molto sulla distinzione fra conflitto e
violenza, perché non è scontata.
La maieutica è l'arte di far nascere, da Socrate alla
pedagogia. Cosa c'entra la maieutica con il conflitto? Come trasformare il
conflitto in un'esperienza di apprendimento. Visto che la maieutica è il far
nascere, cosa nasce dal conflitto? Dovrebbe nascere un'occasione di crescita,
ma come fare? Come innestare un processo maieutico nel conflitto in modo da
costruire una struttura generativa piuttosto che oppressiva, un reciproco
adattamento creativo come diceva Danilo Dolci?
Si tratta di individuare le componenti fondamentali di un
processo maieutico di gestione dei conflitti in funzione di una crescita sia
personale che professionale.
Spesso i conflitti sono semplici da
risolvere, ma la soluzione banalizza ciò che il conflitto rappresenta per il
soggetto, e ciò che il soggetto vive con drammaticità dentro l'imprigionamento
conflittuale. La
soluzione, in altre parole, spesso è semplice, ma non coincide con la
soggettività del vissuto conflittuale. Ad esempio, il conflitto può smuovere
affioramenti autobiografici che riattivano sofferenze passate, quali i vissuti
di abbandono, le separazioni precoci, la paura di essere negato come individuo
e come persona, gli allontanamenti e tutto ciò che rappresenta degli stati
infantili non sufficientemente rielaborati, stati infantili ancora presenti
come ferite aperte. Cosa fa la gestione maieutica del conflitto? Cerca di
essere un'occasione per ridurre la portata minacciosa di questi vissuti,
liberando il soggetto da tali zavorre di rancore che finiscono con l 'impedire
il confronto ed eventualmente l'incontro fra le persone.
Uno dei problemi centrali nella gestione dei conflitti e
tanto più nella loro gestione maieutica è proprio l'esplicitazione, anche
perché molti conflitti non sono neanche avvertiti in quanto tali, rappresentano
un'esperienza che non raggiunge la soglia della consapevolezza.
Nel conflitto domina quasi sempre il problema fittizio; è
molto raro che il conflitto esprima automaticamente un problema sostanziale.
La parvenza fittizia del conflitto, il fatto che il conflitto
sia spesso una dimensione banale, semplicistica, nasconde dimensioni di altra
natura che bloccano la comunicazione. La relazione è come incistata,
incapsulata, incapace di produrre un ordine simbolico di decodificazione. È
come se si parlassero due lingue diverse: allora prevalgono gli scontri
fittizi, e il conflitto sembra essere qualcosa di fine a se stesso, banale,
scontato, inutile. Invece purtroppo non è così: sotto la superficie si nasconde
tutt'altro.
La natura profonda del conflitto tende a non emergere, a
mantenersi misteriosa e subdola. Questa è un'area di compito tipica della maieutica: offrire
uno spazio di decontrazione, di liberazione, dove il conflitto può trovare la
strada di una esplicitazione dell'implicito, ossia ciò che è implicito nel
conflitto dentro la gestione maieutica potrebbe trovare un suo spazio di
decantazione.
Non sempre è possibile. Non si può forzare questo processo;
occorre anche saper discretamente rispettare il divieto d'accesso agli strati
più profondi del conflitto. Bisogna anche accettare di dover lavorare sui
conflitti fittizi, anche se si capisce che c'è dell'altro molto più importante.
Bisogna aspettare che i soggetti stessi possano consentire e consentirsi di
lavorare su nuclei più profondi. Occorre tempo e nuove visioni più complesse,
occorre non dare nulla per scontato.
La funzione temporale è un punto
centrale nella gestione del conflitto. Bisogna considerare che una certa
idiosincrasia verso il conflitto provoca la logica del raddrizzare,
dell'inculcare, del voler far piazza pulita alla svelta, risolvere subito.
All'interno di questo atteggiamento c'è anche chi altezzosamente neanche si
degna di entrare nel conflitto, ritenendo di non doversi sporcare troppo. Sono
due modalità prevalenti di porsi in relazione al conflitto; hanno anche dei
vantaggi, e tutti (benché in misura diversa) le utilizzano.
La soluzione ad ogni costo e il
deleterio mito della tempestività impediscono la rielaborazione simbolica dei
vissuti di dolore e di sofferenza che il conflitto provoca. La cultura della
reazione tempestiva priva il soggetto della possibilità di attivare risorse
creative più raffinate, più meditate; favorisce la fuoriuscita di modalità
arcaiche, istintive.
Tutto quello che è dentro un
conflitto ci riguarda: in ogni conflitto c'è una soggettività profonda, e se
percepiamo esattamente quel conflitto è perché è andato a colpire qualcosa di
noi; e quindi può essere tranquillamente che la stessa esperienza per alcuni
sia un conflitto e per altri non lo sia affatto. Ogni conflitto che percepiamo
come tale parla di noi stessi, non degli altri, anche se gli altri ci fanno da
specchio.
La maieutica e la gestione maieutica
del conflitto necessita di tempo per trovare nuove letture di fenomeni a volte
incancreniti, a volte rimossi, a volte banalizzati, senz'altro incompresi. È
cioè necessario, anche nei processi consulenziali di gestione dei conflitti,
privilegiare l'aspetto della lettura rispetto alla necessità della soluzione;
anzi la soluzione alla fine non è neanche un compito. Il compito è anzitutto
saper leggere il conflitto. Il tempo è uno spazio di decantazione e di
ritrovamento di una giusta distanza di possibilità di ristrutturarsi.
L'attesa è un momento di gestione
delle emozioni. Le emozioni sono importantissime nel conflitto, perciò bisogna
creare con esse un dialogo continuo, paziente, in modo che le emozioni non
viaggino a ruota libera, non diventino esse stesse un soggetto estraneo dentro
uno scenario già molto complesso. La maieutica crea un passaggio dall'azione
possibile ma non auspicabile (reazione che potrebbe essere nei termini della
rabbia o della fuga) alla narrazione decantatrice, che consente di riconnettere
il senso dell'evento e dei fatti. Narrare è una chiara funzione maieutica. Il
contendente che narra impara a comunicare, abbandona i luoghi sicuri
dell'imboscata, per cercare di chiarire, per offrire il proprio punto di vista,
per rielaborare simbolicamente le proprie emozioni. A volte le insegnanti
di scuola dell'infanzia durante o dopo un litigio fra due bambini chiedono a
uno o a entrambi "Cosa sta succedendo? Qual è il problema?" e il
litigio, quasi per magia, tende a ridursi se non a scomparire, come se il
passaggio dall'azione alla necessità di raccontare, di narrare, rendesse lo
stesso litigio qualcosa di più addomesticabile. Raccontare e raccontarsi è
maieutica pura.
La soluzione del conflitto è spesso
una pura e semplice prescrizione, se non addirittura un grottesco consiglio a
fare in un modo o nell'altro. Ma il consiglio è spesso qualcosa di
giustapposto, che non coincide con i bisogni dell'altra persona. La
maieutica apre un nuovo esito possibile al conflitto, non la soluzione tecnica
ma la ricerca di un compito ulteriore. La soluzione del conflitto sta
nell'assumere un compito, una responsabilità, che sia ad esempio il saper dire
di no, l'accettare la temporalizzazione, assumere un nuovo ordine di lettura, e
vedere le cose nascoste. Ogni conflitto implica una risorsa e una risposta
particolare: non esistono risposte standardizzate.
Ogni conflitto ha il suo compito:
ogni conflitto ci dà un compito maieutico, e sta a noi scoprirlo, rispettarlo e
viverlo come riorganizzazione e come apprendimento.
Il corso avrà carattere
esperienziale, coinvolgendo le insegnanti e gil insegnanti in attività
opertative che consentano un apprendimento di tipo full immersion.
Compito del formatore sala comunque
quello di predisporre le opportune dispense teoriche e di offrire le
restituzioni più adeguate.
Dott. Daniele Novara, pedagogista,
direttore del CPP – Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei
conflitti (Piacenza)