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Materiali di studio

 

 

La maieutica come metodo?

Profilo epistemologico e caratteri operativi.

 

di Daniele Novara

 

 

1.    La maieutica come “implicito” pedagogico

La maieutica è difficile da vincolare e chiudere in una serie di procedure. È un “oggetto” che tende a proporsi più in una logica implicita che esplicita. Viviamo sempre più in una società pedagogicamente implicita, come diceva Pasolini. Si tratta di un implicito con una prevalenza di elementi narcisistici, che non sviluppa l’autonomia e la crescita, e con il quale occorre comunque fare i conti.

Il lavoro di questi ultimi anni sulla gestione dei conflitti ci ha permesso – in quanto CPP Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti – di riscoprire e valorizzare la maieutica come strumento efficace.

Questa evoluzione è significativa del fatto che, pure in una tendenza formativa volta alla banalizzazione e alla semplificazione, in realtà la persona oggi ha bisogno di strumenti sempre più complessi, cioè di sapersi orientare in un universo sfuggente, in cui i punti di riferimento non sono quasi mai definiti.

Una delle componenti che permettono oggi di stare al mondo in maniera “sufficientemente buona” è la capacità di imparare. La nostra esperienza nella gestione dei conflitti – un settore di frontiera – ci permette di avere un laboratorio prezioso e significativo. L’esperienza che conduciamo sulla consulenza maieutica nella gestione dei conflitti appare come una speranza che si esca finalmente dalla retorica e si incominci a lavorare concretamente, dando alle persone l’occasione di vivere i conflitti come una possibilità di crescita.

Nell’educazione e nell’apprendimento i metodi prescrittivi lasciano sempre più spazio a metodi più aperti, motivazionali, coinvolgenti. Ad esempio nella scuola il trinomio “lezione-studio-interrogazione” (o prova scritta), che ha segnato le generazioni precedenti, è ora in crisi, come tutto quello che sa di nozionismo. Basta pensare al successo delle teorie di Howard Gardner per dirci che tutto ciò sta tramontando. Può ad esempio essere divertente pensare ai nostri ultimi apprendimenti e scoprire senza mezzi termini che nessuno di noi ha imparato alcunché secondo lo schema arcaicamente scolastico “lezione-studio-interrogazione”.

Siamo dentro una fase di transizione che non riguarda soltanto i metodi pedagogici in senso relazionale. Su questo versante l’accordo è generale: bisogna mostrare più ascolto, più rispetto, più capacità di dialogo. Il cambiamento epocale che stiamo vivendo arriverà, anche se con più fatica, a investire in modo profondo i metodi di apprendimento stessi.

L’educazione degli adulti ha vissuto un grande cambiamento, con Paulo Freire e poi Danilo Dolci, perché ha messo in luce l’uso ideologico dei metodi prescrittivi. Questi metodi non avevano un’efficacia sul piano dell’apprendimento, ma solo sul piano del mantenimento delle gerarchie sociali: come ci ricorda Don Milani, la conoscenza è potere. Anche il saper imparare è potere, e quindi l’impedire all’adulto di sapere imparare lasciando solo all’età infantile l’apprendimento – per di più sostanzialmente passivo – è un’operazione ideologica svelata dai grandi pedagogisti degli anni ’50 e ’60.

La pedagogia degli adulti (termine improprio) ci dice che l’adulto filtra i nuovi apprendimenti. Ad esempio, è fondamentale che l’adulto sia disposto ad apprendere. Lavorare con adulti costretti a partecipare a una sessione formativa è tempo sprecato. Senza soggettività, senza una profonda adesione è impossibile attivare un vero processo di formazione.

 

 

 

2.    Tipologie metodologiche per l’apprendimento e tracce di riconoscibilità del metodo maieutico.

 

 

tabella 1

 

 

Metodi prescrittivi

Caratteri

·        dall’esterno all’interno della persona

·        passività e trasmissione (insegnamento unidirezionale)

Efficacia

correttezza, adeguatezza e conformità (risposta esatta)

Strumento tipico

la lezione cattedratica

Bonus

utili nei momenti dove il passaggio di informazioni è necessariamente unidirezionale

 

 

 

tabella 2

 

 

Metodi attivi

Caratteri

·        offerta ben strutturata di esperienza concreta

·        il compito corrisponde all’esito

Efficacia

che la persona sia attiva

Strumento tipico

il laboratorio operativo / il training formativo

Bonus

dà un senso di piacevolezza e combatte la noia della pura e semplice nozione

 

 

 

Dalla lettura della seconda tabella si evince che la maieutica non solo non si esaurisce nell’attivismo, ma anzi che c’è un attivismo prescrittivo che non riesce a fare i conti con i metodi tradizionali, e tende consolatoriamente a riproporre lo schema della correttezza indicato fra i criteri dei metodi prescrittivi (tab. 1): ad un certo input deve corrispondere un certo output.

C’è un’ambiguità nell’attivismo puro e semplice. Un esempio di attivismo prescrittivi sono i training con agenda dettagliata fino all’estremo, in cui non si lascia alcuno spazio all’evoluzione personale. I metodi attivi risultano comunque più piacevoli rispetto a quelli prescrittivi, perché sono più vari e propongono un coinvolgimento più diretto.

Quando l’esperienza viene utilizzata in modo direttivo il soggetto si deve adeguare a un’esperienza fortemente predisposta, in cui il compito corrisponde all’esito, e la performance deve essere realizzata secondo uno standard già previsto, altrimenti perde valore. Questo ci dà soltanto l’illusione che i metodi tradizionali siano stati superati.

 

 

tabella 3

 

 

Metodi maieutici

Caratteri

·        apprendimento come comprensione interna

·        apprendimento come sostenibilità interna

·        apprendimento come reciprocità relazionale

Efficacia

creatività, ossia capacità di sviluppare personalmente l’apprendimento

Strumento tipico

il gruppo maieutico di apprendimento

Bonus

non è mai stato molto praticato e ci vuole un po’ di pazienza per capirne l’efficacia.

 

 

 

Anzitutto soffermiamoci sull’efficacia del metodo maieutico: la creatività, che stava tanto a cuore anche a Danilo Dolci, svincola il soggetto dalla prescrittività sia dei metodi prescrittivi che dell’attivismo. L’apprendimento è efficace quando c’è una capacità di sviluppo personale, quando il soggetto mette in moto da sé un processo interno di sintonizzazione con le proprie risorse.

Lo strumento tipico (anche se non è l’unico) del metodo è il gruppo maieutico di apprendimento.

Questo metodo non è mai stato sperimentato ampiamente, ci vuole un po’ di tempo e pazienza per capirne l’efficacia: siamo di fronte a un processo antico, ma anche nuovo dal punto di vista operativo.

 

 

 


Tracce di riconoscibilità del metodo maieutico

 

Comprensione interna

Sostenibilità

Reciprocità

Imparare come efficacia e connessione interna.

Partire da sé, dalle competenze acquisite

≠ ripetizione.

Far emergere le risorse personali, definire un processo volto alla creatività.

Soggettività dell’imparare come declinazione unica e irripetibile.

Capacità personale e di gruppo di attribuire significato alle cose.

Processo sociale di circolarità fra chi facilita e chi impara.

Si impara in un processo di integrazione reciproca.

Il gruppo come luogo elettivo e pervasivo.

 

La prima traccia da cui si riconosce un metodo maieutico è la comprensione interna , cioè la possibilità di sintonizzarsi con se stessi. Parlo di una sintonizzazione comprensiva e non di adeguamento né di ripetizione. Il termine sintonizzazione è centrale: c’è un aggancio fra sé e il contenuto, ma non una sovrapposizione; non esiste un contenuto del tutto nuovo, ma sempre una sorta di effetto domino interno, secondo la grande lezione di Piaget e dei suoi continuatori (fra questi conto anche H. Gardner).

La seconda traccia è la sostenibilità, che è strettamente connessa alla soggettività. Lavorare sul conflitto ad esempio ne porta alla ribalta la natura del tutto soggettiva. Ogni sessione di lavoro prevede una riflessione preliminare sull’oggetto della formazione, intesa a esplicitare la natura del conflitto. Ciascuno di noi infatti ha una percezione del tutto personale del conflitto; il lavoro di riflessione sul conflitto rende perciò consapevoli delle proprie risorse.

Sostenibilità significa perciò attivare un processo per cui la persona riconosca che ha delle risorse che possono essere utilizzate, che possono diventare una fonte soggettiva di arricchimento.

Infine con la reciprocità si entra nel vivo del lavoro operativo: c’è qualcuno che si occupa della formazione altrui, e lo fa in una logica di circolarità fra chi facilita e chi impara. La sua è una funzione rispecchiante più che trasmissiva; in un certo senso, è una funzione ausiliaria. Come dice D. Dolci,

 

“mentre il direttore d’orchestra si preoccupa, esplorando l’intento misterioso di ogni partitura, che la sua orchestra interpreti la musica già scritta, già composta, il coordinatore di strutture maieutiche cura che l’insieme di tutti, pur diversi nel costruire, sappia comporre quanto ancora ignoto, quanto ancora inespresso su un problema, risolva un nodo”.[1]

 

Ecco che la reciprocità diventa una sorpresa, costruisce l’inedito e non conferma quanto è già dato. L’enfasi sulla domanda piuttosto che sulla risposta non è un’enfasi retorica, ma è il modo per mettere in atto un processo che dentro la struttura di reciprocità consente la scoperta.

 

 

 


3.    Strumenti formativi maieutici

Il nostro compito è quello di cercare di creare strumenti. Ci siamo accorti che nel nostro lavoro stiamo già usando degli strumenti nuovi; in questa fase stiamo dando un nome a questo metodo, ne prendiamo maieuticamente consapevolezza.

Anche noi abbiamo sempre adottato una maieutica implicita, utilizzando strumenti di natura maieutica. Con il corso in consulenza maieutica nella gestione dei conflitti l’uso del metodo è diventato più palese.

 

Vorrei fare un esempio di strumento nel campo dell’apprendimento sui conflitti: il diario dei conflitti.

Faccio una premessa. In un processo di apprendimento ai conflitti c’è una struttura interna, la soggettività e la sua base emotiva, e poi ci sono le situazioni esterne, concrete, che generano il conflitto propriamente detto. In ambito genitoriale ad esempio il bambino narcisista; in ambito scolastico il genitore che vuole controllare i docenti, piuttosto che collaborare; in ambito sociale il coordinatore materno che non sopporta i conflitti organizzativi. All’interno di queste situazioni il diario dei conflitti diventa un punto di incontro significativo fra una vocazione interna e una necessità esterna di tipo operativo.

Ecco la procedura. Si consegna ai corsisti un quadernetto, invitandoli a scrivere per circa un mese i conflitti vissuti (con un numero di registrazioni limitato: da tre a dieci massimo, anche sullo stesso conflitto).

Al termine del mese dedicato alla scrittura si invitano le persone a riporre il diario e a non rileggerlo per almeno quattro mesi. Dopo questo periodo il diario viene “ripescato”, e si lavora in gruppo a tale rilettura. I contenuti restano ovviamente riservati. Si lavora piuttosto sulle componenti che hanno favorito il processo di autoanalisi.

C’è una rilettura emotiva dei conflitti: che emozioni sentivo allora? che emozioni sento adesso? Dal punto di vista cognitivo si richiede invece cosa mi sembrava di imparare allora e cosa mi sembra di imparare adesso, e infine – punto cruciale – si fa una sorta di analisi diacronica: come affronterei oggi il conflitto descritto tanto tempo prima?

Questo scarto consente nel gruppo il riconoscimento delle proprie impostazioni e a volte anche incrostazioni nella gestione del conflitto, ma anche all’interno di un processo di formazione, le proprie modalità di cambiamento. Non è sempre facile riconoscere i propri processi di cambiamento: la maieutica consente di capire e fare questo tracciato.

La persona parte da sé, riconosce le proprie modalità di gestione del conflitto e di cambiamento, si confronta con gli altri e nel  confronto con gli altri nasce il rispecchiamento creativo che permette di andare avanti.

 

Per chiudere pongo questa domanda: ma allora, cosa ci sta a fare il formatore? Nella maieutica l’elemento soggettivo viene senz’altro più valorizzato che nei metodi tradizionali, ma il criterio della reciprocità implica la presenza sia del gruppo che del facilitatore/formatore.

Sono tante le potenzialità del formatore che, soprattutto dal punto di vista simbolico, consentono di mantenere attivo e fermentante il processo. Ne sottolineerò in particolare due:

·        dà un compito chiaro;

·        all’interno di questo compito chiaro c’è un esito creativo e imprevedibile sia dal punto di vista del singolo individuo che dal punto di vista del gruppo, che ovviamente il formatore rispetta e aiuta a crescere.

 

In questa dialettica fra compito ed esito formativo si situa il contrasto interno del metodo maieutico stesso: il compito è un problema, è la domanda; e se è una domanda maieutica, consente attraverso il compito di andare verso una ristrutturazione creativa. Questo è l’insegnamento che si ricava dalla frequentazione con Danilo Dolci:

 

“Se vivere è imparare adattando, l’invenzione e l’impegno di un nuovo nostro potere costituiscono la creatività (la stessa radice di crescere): connettere l’esistente in modo nuovo, concepire, suscitare generando.”[2]

 

 

 

 

Bibliografia essenziale

 

 

H. Gardner, Formae mentis, Feltrinelli, Milano 1987

H. Gardner, Educare al comprendere, Feltrinelli, Milano 1993

J. Piaget, Psicologia dell’intelligenza, Giunti Barbera, Firenze 1991

J. Piaget, La nascita dell’intelligenza nel fanciullo, Giunti Barbera, Firenze 1991

D. Dolci, La struttura maieutica e l’evolversi, La Nuova Italia, Firenze 1996

D. Dolci, Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 20042

D. Novara, L’ascolto si impara, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2000

P. Freire, L’educazione come pratica della libertà, Mondadori

P. Freire, La pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2004 (ristampa)

P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975

L. Milani, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, FIrenze

D. Novara, Ognuno cresce solo se sognato, La Meridiana, Molfetta 2005



[1] D. Dolci, La struttura maieutica e l’evolversi, La nuova Italia, Firenze 1996, p. 239

[2] D. Dolci, Variazioni sul tema comunicare, Quale Cultura, Vibo Valentia 1991