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di
La
maieutica è difficile da vincolare e chiudere in una serie di procedure. È un “oggetto”
che tende a proporsi più in una logica implicita che esplicita. Viviamo sempre
più in una società pedagogicamente implicita, come diceva Pasolini. Si tratta
di un implicito con una prevalenza di elementi narcisistici, che non sviluppa
l’autonomia e la crescita, e con il quale occorre comunque fare i conti.
Il
lavoro di questi ultimi anni sulla gestione dei conflitti ci ha permesso – in
quanto CPP Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti – di
riscoprire e valorizzare la maieutica come strumento efficace.
Questa
evoluzione è significativa del fatto che, pure in una tendenza formativa volta
alla banalizzazione e alla semplificazione, in realtà la persona oggi ha
bisogno di strumenti sempre più complessi, cioè di sapersi orientare in un
universo sfuggente, in cui i punti di riferimento non sono quasi mai definiti.
Una
delle componenti che permettono oggi di stare al mondo in maniera “sufficientemente
buona” è la capacità di imparare. La nostra esperienza nella gestione dei
conflitti – un settore di frontiera – ci permette di avere un laboratorio prezioso
e significativo. L’esperienza che conduciamo sulla consulenza maieutica nella
gestione dei conflitti appare come una speranza che si esca finalmente dalla
retorica e si incominci a lavorare concretamente, dando alle persone
l’occasione di vivere i conflitti come una possibilità di crescita.
Nell’educazione
e nell’apprendimento i metodi prescrittivi lasciano sempre più spazio a metodi
più aperti, motivazionali, coinvolgenti. Ad esempio nella scuola il trinomio “lezione-studio-interrogazione”
(o prova scritta), che ha segnato le generazioni precedenti, è ora in crisi,
come tutto quello che sa di nozionismo. Basta pensare al successo delle teorie
di Howard Gardner per dirci che tutto ciò sta tramontando. Può ad esempio essere
divertente pensare ai nostri ultimi apprendimenti e scoprire senza mezzi
termini che nessuno di noi ha imparato alcunché secondo lo schema arcaicamente
scolastico “lezione-studio-interrogazione”.
Siamo
dentro una fase di transizione che non riguarda soltanto i metodi pedagogici in
senso relazionale. Su questo versante l’accordo è generale: bisogna mostrare
più ascolto, più rispetto, più capacità di dialogo. Il cambiamento epocale che
stiamo vivendo arriverà, anche se con più fatica, a investire in modo profondo i
metodi di apprendimento stessi.
L’educazione
degli adulti ha vissuto un grande cambiamento, con Paulo Freire e poi
La
pedagogia degli adulti (termine improprio) ci dice che l’adulto filtra i nuovi
apprendimenti. Ad esempio, è fondamentale che l’adulto sia disposto ad
apprendere. Lavorare con adulti costretti a partecipare a una sessione
formativa è tempo sprecato. Senza soggettività, senza una profonda adesione è
impossibile attivare un vero processo di formazione.
tabella 1
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Metodi
prescrittivi |
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Caratteri |
·
dall’esterno
all’interno della persona ·
passività e
trasmissione (insegnamento unidirezionale) |
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Efficacia |
correttezza,
adeguatezza e conformità (risposta esatta) |
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Strumento
tipico |
la
lezione cattedratica |
|
Bonus |
utili
nei momenti dove il passaggio di informazioni è necessariamente
unidirezionale |
tabella 2
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Metodi
attivi |
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Caratteri |
·
offerta ben
strutturata di esperienza concreta ·
il compito
corrisponde all’esito |
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Efficacia |
che
la persona sia attiva |
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Strumento
tipico |
il
laboratorio operativo / il training formativo |
|
Bonus |
dà
un senso di piacevolezza e combatte la noia della pura e semplice nozione |
Dalla
lettura della seconda tabella si evince che la maieutica non solo non si
esaurisce nell’attivismo, ma anzi che c’è un attivismo prescrittivo che non
riesce a fare i conti con i metodi tradizionali, e tende consolatoriamente a
riproporre lo schema della correttezza indicato fra i criteri dei metodi
prescrittivi (tab. 1): ad un certo input deve corrispondere un certo output.
C’è
un’ambiguità nell’attivismo puro e semplice. Un esempio di attivismo
prescrittivi sono i training con agenda dettagliata fino all’estremo, in cui
non si lascia alcuno spazio all’evoluzione personale. I metodi attivi risultano
comunque più piacevoli rispetto a quelli prescrittivi, perché sono più vari e propongono
un coinvolgimento più diretto.
Quando
l’esperienza viene utilizzata in modo direttivo il soggetto si deve adeguare a
un’esperienza fortemente predisposta, in cui il compito corrisponde all’esito,
e la performance deve essere realizzata secondo uno standard già previsto,
altrimenti perde valore. Questo ci dà soltanto l’illusione che i metodi
tradizionali siano stati superati.
tabella 3
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Metodi
maieutici |
|
Caratteri |
·
apprendimento
come comprensione interna ·
apprendimento
come sostenibilità interna ·
apprendimento
come reciprocità relazionale |
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Efficacia |
creatività,
ossia capacità di sviluppare personalmente l’apprendimento |
|
Strumento
tipico |
il
gruppo maieutico di apprendimento |
|
Bonus |
non
è mai stato molto praticato e ci vuole un po’ di pazienza per capirne
l’efficacia. |
Anzitutto
soffermiamoci sull’efficacia del metodo maieutico: la creatività, che stava
tanto a cuore anche a
Lo
strumento tipico (anche se non è l’unico) del metodo è il gruppo maieutico di
apprendimento.
Questo
metodo non è mai stato sperimentato ampiamente, ci vuole un po’ di tempo e
pazienza per capirne l’efficacia: siamo di fronte a un processo antico, ma
anche nuovo dal punto di vista operativo.
|
Comprensione
interna |
Sostenibilità |
Reciprocità |
|
Imparare
come efficacia e connessione interna. Partire
da sé, dalle competenze acquisite ≠
ripetizione. Far
emergere le risorse personali, definire un processo volto alla creatività. |
Soggettività
dell’imparare come declinazione unica e irripetibile. Capacità
personale e di gruppo di attribuire significato alle cose. |
Processo
sociale di circolarità fra chi facilita e chi impara. Si
impara in un processo di integrazione reciproca. Il
gruppo come luogo elettivo e pervasivo. |
La
prima traccia da cui si riconosce un metodo maieutico è la comprensione interna
, cioè la possibilità di sintonizzarsi con se stessi. Parlo di una
sintonizzazione comprensiva e non di adeguamento né di ripetizione. Il termine
sintonizzazione è centrale: c’è un aggancio fra sé e il contenuto, ma non una
sovrapposizione; non esiste un contenuto del tutto nuovo, ma sempre una sorta
di effetto domino interno, secondo la grande lezione di Piaget e dei suoi
continuatori (fra questi conto anche H. Gardner).
La
seconda traccia è la sostenibilità, che è strettamente connessa alla soggettività.
Lavorare sul conflitto ad esempio ne porta alla ribalta la natura del tutto
soggettiva. Ogni sessione di lavoro prevede una riflessione preliminare
sull’oggetto della formazione, intesa a esplicitare la natura del conflitto. Ciascuno
di noi infatti ha una percezione del tutto personale del conflitto; il lavoro
di riflessione sul conflitto rende perciò consapevoli delle proprie risorse.
Sostenibilità
significa perciò attivare un processo per cui la persona riconosca che ha delle
risorse che possono essere utilizzate, che possono diventare una fonte
soggettiva di arricchimento.
Infine
con la reciprocità si entra nel vivo del lavoro operativo: c’è qualcuno che si
occupa della formazione altrui, e lo fa in una logica di circolarità fra chi
facilita e chi impara. La sua è una funzione rispecchiante più che trasmissiva;
in un certo senso, è una funzione ausiliaria. Come dice D. Dolci,
“mentre
il direttore d’orchestra si preoccupa, esplorando l’intento misterioso di ogni
partitura, che la sua orchestra interpreti la musica già scritta, già composta,
il coordinatore di strutture maieutiche cura che l’insieme di tutti, pur
diversi nel costruire, sappia comporre quanto ancora ignoto, quanto ancora
inespresso su un problema, risolva un nodo”.[1]
Ecco
che la reciprocità diventa una sorpresa, costruisce l’inedito e non conferma
quanto è già dato. L’enfasi sulla domanda piuttosto che sulla risposta non è un’enfasi
retorica, ma è il modo per mettere in atto un processo che dentro la struttura di
reciprocità consente la scoperta.
Il
nostro compito è quello di cercare di creare strumenti. Ci siamo accorti che
nel nostro lavoro stiamo già usando degli strumenti nuovi; in questa fase
stiamo dando un nome a questo metodo, ne prendiamo maieuticamente
consapevolezza.
Anche
noi abbiamo sempre adottato una maieutica implicita, utilizzando strumenti di
natura maieutica. Con il corso in consulenza maieutica nella gestione dei
conflitti l’uso del metodo è diventato più palese.
Vorrei
fare un esempio di strumento nel campo dell’apprendimento sui conflitti: il diario dei conflitti.
Faccio
una premessa. In un processo di apprendimento ai conflitti c’è una struttura
interna, la soggettività e la sua base emotiva, e poi ci sono le situazioni
esterne, concrete, che generano il conflitto propriamente detto. In ambito
genitoriale ad esempio il bambino narcisista; in ambito scolastico il genitore
che vuole controllare i docenti, piuttosto che collaborare; in ambito sociale
il coordinatore materno che non sopporta i conflitti organizzativi. All’interno
di queste situazioni il diario dei conflitti diventa un punto di incontro
significativo fra una vocazione interna e una necessità esterna di tipo
operativo.
Ecco
la procedura. Si consegna ai corsisti un quadernetto, invitandoli a scrivere
per circa un mese i conflitti vissuti (con un numero di registrazioni limitato:
da tre a
Al
termine del mese dedicato alla scrittura si invitano le persone a riporre il
diario e a non rileggerlo per almeno quattro mesi. Dopo questo periodo il
diario viene “ripescato”, e si lavora in gruppo a tale rilettura. I contenuti
restano ovviamente riservati. Si lavora piuttosto sulle componenti che hanno
favorito il processo di autoanalisi.
C’è
una rilettura emotiva dei conflitti: che emozioni sentivo allora? che emozioni
sento adesso? Dal punto di vista cognitivo si richiede invece cosa mi sembrava
di imparare allora e cosa mi sembra di imparare adesso, e infine – punto
cruciale – si fa una sorta di analisi diacronica: come affronterei oggi il
conflitto descritto tanto tempo prima?
Questo
scarto consente nel gruppo il riconoscimento delle proprie impostazioni e a volte
anche incrostazioni nella gestione del conflitto, ma anche all’interno di un
processo di formazione, le proprie modalità di cambiamento. Non è sempre facile
riconoscere i propri processi di cambiamento: la maieutica consente di capire e
fare questo tracciato.
La
persona parte da sé, riconosce le proprie modalità di gestione del conflitto e
di cambiamento, si confronta con gli altri e nel confronto con gli altri nasce il
rispecchiamento creativo che permette di andare avanti.
Per
chiudere pongo questa domanda: ma allora, cosa ci sta a fare il formatore?
Nella maieutica l’elemento soggettivo viene senz’altro più valorizzato che nei
metodi tradizionali, ma il criterio della reciprocità implica la presenza sia
del gruppo che del facilitatore/formatore.
Sono
tante le potenzialità del formatore che, soprattutto dal punto di vista
simbolico, consentono di mantenere attivo e fermentante il processo. Ne
sottolineerò in particolare due:
·
dà un compito
chiaro;
·
all’interno di
questo compito chiaro c’è un esito creativo e imprevedibile sia dal punto di
vista del singolo individuo che dal punto di vista del gruppo, che ovviamente
il formatore rispetta e aiuta a crescere.
In
questa dialettica fra compito ed esito formativo si situa il contrasto interno
del metodo maieutico stesso: il compito è un problema, è la domanda; e se è una
domanda maieutica, consente attraverso il compito di andare verso una
ristrutturazione creativa. Questo è l’insegnamento che si ricava dalla
frequentazione con
“Se vivere è imparare adattando, l’invenzione e
l’impegno di un nuovo nostro potere costituiscono la creatività (la stessa
radice di crescere): connettere l’esistente in modo nuovo, concepire, suscitare
generando.”[2]
H. Gardner, Formae mentis, Feltrinelli, Milano 1987
H. Gardner, Educare al comprendere, Feltrinelli, Milano 1993
J. Piaget, Psicologia dell’intelligenza, Giunti Barbera, Firenze 1991
J. Piaget, La nascita dell’intelligenza nel fanciullo, Giunti Barbera, Firenze
1991
D. Dolci, La struttura maieutica e l’evolversi, La Nuova Italia, Firenze 1996
D. Dolci, Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 20042
D. Novara, L’ascolto si impara, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2000
P. Freire, L’educazione come pratica della libertà, Mondadori
P. Freire, La pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2004
(ristampa)
P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975
D. Novara, Ognuno cresce solo se sognato,